Dicembre 1995.
L’accordo di Dayton ha ufficialmente messo fine alle guerre in Bosnia ed Erzegovina e in Croazia, definendo il nuovo assetto della regione, in particolare del nuovo Stato bosniaco [puoi recuperare qui l’ultimo episodio di Le guerre in Jugoslavia].
L’accordo viene celebrato in pompa magna a Washington, ma in Bosnia è tutt’altro che stabile.
L’establishment serbo-bosniaco cerca in tutti i modi di sabotare l’intesa siglata anche dal presidente serbo, Slobodan Milošević.
Ma, più in generale, è l’ambiente circostante a rendere la pace una creatura ancora molto fragile. Dentro e fuori la regione.
La crisi del Mirage
Le notizie che arrivano a pochi giorni dalla firma dell’accordo di Dayton sono allarmanti.
Non solo il colonnello generale serbo-bosniaco Ratko Mladić chiede di ridiscutere i termini della pace, ma un po’ ovunque e chiunque si abbandona ad atti di vandalismo e saccheggio.
Lo fa soprattutto chi si trova dalla parte sbagliata della linea di demarcazione e deve andarsene entro tre mesi da case e villaggi in cui ritorneranno i vecchi proprietari. È il caso dei serbo-bosniaci a Sarajevo e nel corridoio di Goražde, dei croato-bosniaci a Mrkonjić Grad e Šipovo, e dei bosgnacchi a Travnik.

Nel frattempo viene deciso che la cerimonia solenne per la firma dell’accordo di Dayton (già firmato negli Stati Uniti dopo la negoziazione finale) si terrà a Parigi.
Inizia così una frenetica attività diplomatica.
Il 6 dicembre si riuniscono a Bruxelles i 40 ministri della NATO e della Partnership for Peace. Il 7 dicembre a Budapest si incontrano i 53 ministri degli Esteri dell’OSCE. L’8 dicembre si ritrovano a Londra gli stessi ministri insieme ai funzionari di tutte le organizzazioni internazionali impegnate in Bosnia ed Erzegovina per l’attuazione dell’accordo sul piano civile ed economico.
Dopo quasi tre anni e mezzo di servizio, viene abolita la Conferenza internazionale per l’ex-Jugoslavia e sostituita con il Peace Implementation Council, presieduto dall’ex-primo ministro svedese Carl Bildt.
Ma dalla Francia arrivano minacce che l’accordo non sarà firmato a Parigi se prima non saranno liberati i due piloti francesi tenuti in ostaggio dai serbo-bosniaci.
Il disappunto francese per il fallimento della propria strategia nei Balcani e la vittoria diplomatica degli Stati Uniti si intersecano così con la cosiddetta ‘crisi del Mirage’.
Dopo l’abbattimento dell’aereo da caccia il 30 agosto, i due piloti francesi sono rimasti prigionieri dei soldati di Mladić, consapevole del valore della contropartita per i negoziati anche sul piano personale.
È proprio Mladić a riconsegnare il 12 dicembre i due soldati al generale Jean-Philippe Douin, il capo di Stato maggiore dell’esercito francese, con la pretesa di non essere perseguito dal Tribunale per i crimini nell’ex-Jugoslavia.
Il Protocollo di Parigi
Il 14 dicembre, proprio a Parigi a questo punto, si svolge la cerimonia ufficiale di firma dell’accordo che i presidenti di Serbia, Croazia e Bosnia ed Erzegovina hanno già firmato tre settimane prima a Dayton.
Alla cerimonia all’Eliseo viene però portato un documento un po’ diverso, non nella sostanza ma nella forma.
Il Protocollo di Parigi è la versione abbreviata dell’Accordo di Dayton composto da un testo di 165 pagine e 102 carte geografiche. Il vero enigma è sulla formulazione del reciproco riconoscimento tra la Bosnia ed Erzegovina e la Repubblica Federale di Jugoslavia, che non esclude ulteriori discussioni sui loro futuri rapporti.
Nel suo discorso, il presidente statunitense Bill Clinton invita tutte le comunità bosniache a rinunciare alla vendetta.
Il futuro rimane però incerto, considerato il nazionalismo ancora acuto e la situazione socio-economica disastrata in tutto il Paese.
Per non parlare del lascito psicologico di tre anni e mezzo di guerra, eccidi e pulizie etniche, i cui responsabili non è certo se saranno perseguiti davvero.
Secondo l’ultima relazione delle Nazioni Unite, si possono contare almeno 250 mila morti, 50 mila casi di torture e 20 mila di stupro, 143 fosse comuni e 715 campi di concentramento, oltre ad almeno due milioni di sfollati – dentro o fuori il Paese.
È il magazine serbo Republika a spiegare senza troppi giri di parole che cosa sono stati gli ultimi tre anni nei Balcani:
«Questa guerra ha contenuto in sé tutte le guerre conosciute dalla storia: è stata etnica, confessionale, civile, imperialista e d’aggressione. È stata guerra di contadini contro cittadini, guerra per la distruzione della classe media, guerra della terra e del sangue. La pace non ha alternativa, è il presupposto della ripresa della vita. Bisogna darle una possibilità per non perpetuare i nostri delitti, per non restare una piazza d’armi per i conflitti del mondo. Ma ne siamo veramente all’altezza, considerato soprattutto che i cani della guerra sono stati proclamati dall’alto signori della pace?»

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