S6E17. "I am from Bosnia, take me to America" [ITA]
La storica qualificazione ai Mondiali di calcio 2026 della nazionale maschile è stata celebrata dentro e fuori lo stadio da una famosa canzone dei Dubioza kolektiv. Intervista dall'archivio BarBalcani
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bentornata o bentornato a BarBalcani, la newsletter dai confini sfumati.
Nella tarda serata del 31 marzo, mentre in Italia qualcuno piangeva, qualcun altro imprecava al cielo e altri ancora fissavano senza parole la televisione, sconcertati per la qualificazione ai Mondiali sfumata per la terza volta consecutiva dalla nazionale di calcio maschile, ai più attenti potrebbe non essere sfuggita una canzone risuonata nello stadio di Zenica al termine della partita Bosnia ed Erzegovina–Italia.
“I am from Bosnia, take me to America”
Sembrava non aspettassero altro i tifosi bosniaci – e un popolo intero – scesi poi per le strade di Sarajevo a celebrare una storica qualificazione ai Mondiali di Stati Uniti, Canada e Messico, cantando a squarciagola e ballando sulle note della stessa canzone: U.S.A. dei Dubioza kolektiv.
“I am from Bosnia, take me to America.
I really want to see Statue of Liberty.
I can no longer wait, take me to United States.
Take me to Golden Gate, I will assimilate”[“Vengo dalla Bosnia, portami in America.
Voglio davvero vedere la Statua della Libertà.
Non posso più aspettare, portami negli Stati Uniti.
Portami al Golden Gate, mi integrerò”]
Per l’occasione, a BarBalcani riproponiamo alcuni estratti dell’intervista al bassista Vedran Mujagić realizzata per questa newsletter da Chiara Catelli e Walter Fiorini, in occasione del concerto della band bosniaca al Balkan Trafik Festival a Bruxelles nel 2023.
Perché, in tempi non sospetti, ce lo eravamo detti: «Bisognerebbe ascoltare più Dubioza kolektiv e parlare meno con i governanti».
Nessuno però poteva immaginare che un brano dal sapore agrodolce – sicuramente ironico e tagliente nel trattare di un tema spigoloso come l’emigrazione dalla Bosnia agli Stati Uniti – di questo celebre gruppo dallo stile eclettico, potesse diventare l’inno di un’impresa sportiva come quella della nazionale maschile di calcio, pronta a giocarsi la Coppa del Mondo 2026.
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Mujagić fa parte dei Dubioza kolektiv sin dagli inizi, nel 2003. Dalla scena musicale della Sarajevo del dopoguerra, la band è diventata un fenomeno regionale e globale che ha interpretato e allo stesso tempo influenzato l’identità balcanica attraverso la sua musica.
All’inizio dell’esibizione al Balkan Trafik il leader Almir Hasanbegović fa il giro dei Balcani presentando i componenti della band e citando le loro nazionalità: bosniaca, serba, slovena. Partiti dalla Bosnia ed Erzegovina, l’identità dei Dubioza kolektiv è ora profondamente radicata nell’intera regione e ha una risonanza mondiale.
Il bassista spiega il successo dentro e fuori la penisola: «Non è solo per la musica, per come ci comportiamo o per il nostro aspetto, ma semplicemente perché dimostriamo che è possibile venire dalla Bosnia e partecipare a un grande festival internazionale». Mujagić aggiunge che «sicuramente questo ha avuto degli effetti sulla scena bosniaca, anche se è difficile misurarli».
Il gruppo non ha solo prodotto ed esportato sulla scena internazionale diversi generi, ma anche musica in lingua bosniaca, con numerose collaborazioni internazionali e brani in inglese, spagnolo e italiano.
[…]
Utilizzando sonorità balcaniche per dare forma alla propria identità, hanno parlato di questioni che riguardano l’intera regione in molti dei loro brani. Fin dall’inizio della loro attività, canzoni come Open Wide (2004) - chiaramente influenzata dalla guerra appena terminata - facevano appello all’unità e a una “mente aperta” per superare le divisioni etniche, mentre “Mostar è ancora divisa come Berlino”.
Questo atteggiamento si è evoluto nel corso degli anni, con l’album Wild Wild West che contiene molti riferimenti ironici alla realtà dei Balcani, dalla fuga dei cervelli alla questione generale della ‘balcanizzazione’.
A 20 anni dalle prime jam session del gruppo nella Sarajevo del dopoguerra, il bassista racconta che molte cose sono evolute nel tempo, sia all’interno sia all’esterno della band: «Siamo cambiati personalmente - alcune persone hanno lasciato la band, altre si sono unite - ma anche tutto ciò che ci circondava è cambiato radicalmente».
Ma c’è qualcosa che non è cambiato ed è rimasto al centro del progetto. Mujagić racconta con una punta di orgoglio che «il cuore dei Dubioza è ancora l’attivismo, è sempre stato importante per noi». Da sempre il gruppo produce canzoni profondamente critiche e provocatorie, che hanno dato voce a molte questioni politiche della Bosnia e della regione più in generale.
[…]
Nella scrittura riecheggiano lotte sociali e politiche comuni a tutta la regione balcanica, con il racconto di ingiustizie, abusi politici, fallimento del modello della proprietà privata, confini e frontiere e molto altro.
La musica dei Dubioza kolektiv è sempre stata il veicolo di tematiche portate avanti da movimenti sociali. Mujagić ricorda che «nel corso degli anni siamo riusciti a partecipare a diverse iniziative e proteste guidate dai movimenti della società civile. È qualcosa che faremmo in ogni caso come cittadini, nella nostra vita di tutti i giorni, anche se non ci fosse il gruppo».
[…]
L’artista riconosce che il tempo, nonostante non abbia spento le loro energie, ha certamente influenzato il modo di vedere il mondo. Riflettendo sulla produzione musicale, ci spiega: «Se ascoltate le canzoni di questi 20 anni, potete notare che il nostro approccio ad alcune questioni - politiche e sociali - è evoluto».
Perché «quando cresciamo e invecchiamo, dobbiamo affrontare alcune illusioni che avevamo da giovani e ci si rende conto che non tutto può cambiare nel modo in cui speravamo», confessa il bassista: «In qualche modo bisogna modificare il modo in cui ci si approccia alla questione».
Dalla Bosnia agli Stati Uniti
Non è la prima volta che la nazionale maschile di calcio della Bosnia ed Erzegovina – una delle più giovani squadre in Europa in termini di fondazione, con la prima partita ufficiale giocata nel 1995 – si qualifica alla fase finale dei Campionati del Mondo.
L’esordio assoluto è stato nel 2014, al termine di una cavalcata nel girone di qualificazione che l’aveva vista trionfare al primo posto sopra la Grecia. Ai Mondiali in Brasile la nazionale bosniaca era poi uscita al termine della fase a gironi, con una sola vittoria (sull’Iran) e due sconfitte (Argentina e Nigeria).
La qualificazione alla Coppa del Mondo 2026 arriva con una cavalcata probabilmente ancora più emozionante, almeno nella fase finale, dopo due partite vinte ai calci di rigore, prima con il Galles e poi con l’Italia.
La Bosnia ed Erzegovina arrivava all’appuntamento con la storia da assoluta sfavorita – sicuramente contro l’Italia – alla posizione 71 nel ranking FIFA, ma con un mix promettente di giovani, come Kerim Alajbegović e Tarik Muharemović, e di colonne portanti con esperienza internazionale. Una su tutte la leggenda Edin Džeko, detto il ‘Cigno di Sarajevo’, attaccante 40enne e miglior marcatore assoluto della nazionale bosniaca con 73 gol all’attivo.
Per capire il carico emotivo e storico di questa qualificazione, suggeriamo alcune letture di particolare spessore:
Viaggio al centro del fallimento dell’Italia, Ultimo Uomo (un reportage magistrale da Zenica di Gianni Galleri)
Perché l’inno bosniaco non ha parole, Il Post
Edin Dzeko è qui da vent’anni, Il Post
Per chiudere, la canzone che ha accompagnato la notte di festa dell’intero Paese balcanico e di tutti i figli e le figlie della Bosnia ed Erzegovina sparsi nel mondo.
“I am from Bosnia, take me to America” era fatto apposta per una nazionale che puntava a giocarsi la Coppa del Mondo negli Stati Uniti (anche se, ironia della sorte, la sua partita d’esordio si giocherà in Canada).
Quella che i Dubioza kolektiv raccontano in U.S.A. – con la solita buona dose di ironia e irriverenza – è una questione sentita da tantissimi bosniaci e bosniache dentro e fuori il Paese: la mancanza di opportunità, il sogno americano (o europeo), la decisione di partire e iniziare una vita nuova lontano dalla Bosnia ed Erzegovina.
“The grass is always greener in neighbor's courtyard.
I wish to leave this nightmare, go to a promised land”[“L’erba è sempre più verde nel giardino del vicino.
Vorrei lasciarmi alle spalle questo incubo e andare verso una terra promessa”]
Il sogno diventa un’ossessione, spinto dalla narrazione di un’Occidente scintillante. L’unico desiderio diventa assimilarsi in una società straniera che sicuramente offrirà mille occasioni.
“I can no longer wait, take me to United States.
Take me to Golden Gate, I will assimilate”[“Non posso più aspettare, portami negli Stati Uniti.
Portami al Golden Gate, mi integrerò”]
Eppure il sogno occidentale non è mai come lo descrivono. Le gabbie sociali diventano quasi subito insopportabili, le opportunità non arrivano, la nostalgia morde.
“I hoped I’d find what I need, I’ll be free like a bird.
Now we're pushed in a ghetto like a sheep in a herd”[“Speravo di trovare ciò di cui ho bisogno, di essere libero come un uccello.
Ora ci hanno rinchiusi in un ghetto come pecore in un gregge”]
E allora subentra il sentimento più comune tra le espatriate e gli espatriati: la nostalgia di casa, di un luogo che si conosce ma che allo stesso tempo si tende a idealizzare.
“Send greetings to your leader, don’t want your green card.
I want to fly back like a rocket to the Balkans”[“Saluta il tuo leader, non voglio la tua green card.
Voglio tornare nei Balcani come un missile”]
Fino alla decisione di ritornare, perché non c’è niente come casa. Qualsiasi cosa “casa” voglia dire, a questo punto.
“One day when you reach the end,
one day you will understand.
One day back to roots, my friend.
No place like a motherland”[“Un giorno, quando arriverai alla fine,
un giorno capirai.
Un giorno tornerai alle origini, amico mio.
Non c’è nessun luogo come la patria”]
Fine tappa. Sul bancone di BarBalcani
Siamo arrivati alla fine di questo tratto del nostro viaggio.
Sul bancone di BarBalcani oggi troviamo un consiglio datoci proprio dal bassista dei Dubioza kolektiv, in linea con lo spirito del gruppo e senza dubbio fonte di sbronze collettive in tutta la Bosnia ed Erzegovina la notte del 31 marzo 2026.
Torniamo all’intervista di tre anni fa:
«Io consiglio di bere rakija, anzi, ancora meglio, la nostra rakija che produciamo dall’anno scorso», ci sorprende Mujagić.
La rakija - la bevanda alcolica più celebre di tutti i Balcani - distillata per iniziativa dei Dubioza kolektiv si chiama Maksuzija: «Questa parola descrive un regalo speciale, per esempio quando si ha un ospite importante, si dice: “Questa è maksuzija, è qualcosa di speciale per te!”».
Da qui l’ispirazione per la creazione di un distillato il cui motto è rakija disinfecting people. «Ne realizziamo di cinque gusti diversi», precisa il bassista del gruppo, e c’è anche l’edizione speciale ‘Dubioza kolektiv’: «Uno slivovitz tradizionale, a base di prugne».
Riprende il viaggio di BarBalcani. Ci rivediamo fra due settimane, per la diciottesima tappa.
Un abbraccio e buon cammino!
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